La storia siamo noi (gratificazioni che solo una figlia sa darti)

Qualche giorno fa leggevo e commentavo, sul blog di Virginia, un post nel quale la nostra amica confessava la sua difficoltà nel riconoscere che “il secolo scorso” è il Novecento e non l’Ottocento.

Pensavo a lei e a quel post quando oggi ho avuto con mia figlia, al quarto anno di Liceo, la seguente conversazione.

Io: “Ma dove siete adesso, col programma di storia?”

Figlia: “A Mazzini

Io: “Mazzini? Ma non si fa all’ultimo anno? Quando ho fatto il liceo, Mazzini era nel programma di quinta

Figlia: “Beh, papà, rispetto a quando hai fatto il liceo tu, i programmi sono stati compressi. Sai com’è, ci sono quarant’anni di storia in più da studiare!

Effettivamente…

PS: In realtà sono solo trentacinque!

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(Gary Moore, 1990: Still Got The Blues)

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Venticinque aprile

Ogni anno, e con maggiore vigore da un po’ di anni a questa parte, il venticinque aprile è la data nella quale si ripete un rituale stanco, tipicamente italiano.

Non fraintendetemi, non mi riferisco alla celebrazione della Liberazione. Tutt’altro, io penso che sia doveroso ricordare questa data e i valori che essa rappresenta. Il ricordo è giusto e importante perché per forza di cose sono sempre meno i testimoni di quegli eventi, quelli che hanno vissuto sulla loro pelle la tragedia della dittatura e della guerra, mentre è più che mai necessario che i nostri figli sappiano quello che è successo, perché la memoria è il più potente antidoto contro la ripetizione degli errori del passato.

Quello a cui mi riferisco è il rituale degli arrampicatori sui vetri, il rituale di quelli che “la liberazione, sì, ma…”, “i partigiani sì, però…”, insomma tutta quella schiera di cerchiobottisti, benaltristi, qualunquisti nostrani che, per calcolo o per semplice e genuina ignoranza, cercano di spiegare perché la Liberazione non è più una celebrazione importante. Ci sono varie categorie, e ogni anno se ne aggiungono di nuove.

Ci sono quelli che “è passato tanto tempo e l’Italia è cambiata ed è ora di parlare di pacificazione”.

Ci sono quelli che “con tutti i problemi che ci sono…”.

Ci sono quelli che “sì, però, anche i partigiani ne hanno commesse di atrocità”.

Ci sono quelli che “i partigiani, beh, non generalizziamo, mica erano solo comunisti, c’erano anche i cattolici”.

Ci sono quelli che “vabbé, però in fondo il fascismo ha sbagliato con la guerra, perché prima aveva fatto anche cose buone” (ma questa è una categoria a parte).

Ci sono quelli che “Ma cosa avete da festeggiare, che i valori della Resistenza sono stati traditi?”.

Parole, discussioni, polemiche. Ecco, io non ne posso proprio più.

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La fine della speranza

Quando Berlusconi scese in campo, la mia figlia maggiore non aveva ancora compiuto 4 anni. La mia figlia minore non era ancora nata.

Praticamente, hanno sempre e solo vissuto in un’Italia berlusconiana.

Speravo che finalmente avremmo potuto liberarci di questo incubo. Berlusconi sembrava sconfitto, non per meriti altrui ma per la totale incapacità sua e dei suoi accoliti di agire per qualcosa che andasse al di là dell’interesse individuale.

Ci sarebbero voluti ancora anni per ripulirci di tutte le scorie di una mentalità che ha pervaso il modo di agire (politico e sociale) di tutti, ma potevamo farcela.

Oggi mi sento disperato. Non vedo la possibilità di tornare a essere quel mitico “Paese normale” di cui si parla ormai solo negli editoriali dei giornali. Non vedo nessuna forza in campo con la capacità (e forse la volontà) di guidare questa resurrezione.

Non so cosa dire alle mie figlie. Dentro di me sento che questo è diventato un Paese vecchio, senza voglia di costruire un futuro. Ma se diciamo ai nostri figli di fuggire, di raggiungere i tantissimi italiani e italiane che studiano, lavorano e si fanno apprezzare all’estero, allora veramente non c’è più possibilità di rinascita per l’Italia.

Ma forse è solo quello che ci meritiamo.

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Continuiamo così. Facciamoci del male.

anzi

(Makkox, un grande. Una vignetta che dice più di un milione di parole)

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Tempus fugit

Il tempo passa a una velocità incredibile. I giorni, i mesi, gli anni…

L’altro ieri festeggiavo il passaggio della soglia dei cinquanta, e oggi sono già cinquantadue.

Non c’è tempo da perdere!

The_Persistence_of_Memory

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La valigia dei ricordi

Credo che ognuno di noi abbia una scatola, un cassetto, uno scompartimento di armadio nel quale sono raccolti e conservati pezzi di una determinata fase della vita, rimasti (in maniera casuale o voluta) congelati e separati dallo scorrere normale degli eventi.

Io ne ho diversi, e posso dire fra l’altro di avere un’intera camera con queste caratteristiche, dal momento che il mio studiolo nella casa materna è rimasto più o meno fermo nel tempo al giorno in cui ho lasciato la terra natìa, e nessuno ha più toccato i miei appunti e libri dell’Università, le mie foto, i miei diari del Liceo, perfino i diplomi del Club di Topolino!

Ma ho un altro oggetto abbastanza insolito con queste caratteristiche, ed è una valigetta.

Si tratta di una Samsonite con più di venti anni di età, di quelle di materiale plastico indistruttibile, che ancora si vedono in giro di tanto in tanto. Non mi ricordo come ne entrai in possesso. Forse fu un regalo di laurea. Perché all’ingegnere, ai tempi, si riteneva si addicesse la valigetta.

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(La mia valigetta Samsonite)

Fra le altre cose, questa valigia aveva una caratteristica particolare: nelle giornate fredde e secche d’inverno, essendo di materiale plastico, tendeva a caricarsi di elettricità statica per lo sfregamento sugli indumenti e di tanto in tanto, attraverso i numerini metallici della combinazione che si trovano in corrispondenza dell’impugnatura, scaricava delle dolorose scintille sulla mano del portatore… :-(
A parte questo difetto, era uno strumento molto comodo e pratico, che io usavo per portare documenti, carte, libri e altre simili amenità avanti e indietro dall’ufficio o nelle mie trasferte.

Poi un bel giorno è arrivato il computer portatile, corredato della sua borsetta a tracolla, e da quel momento la valigetta Samsonite è andata in armadio… ma senza nemmeno svuotarla!

Non molti mesi fa mi è capitata sott’occhio, e ho considerato che per viaggi di breve durata, che comportassero una sola notte fuori casa, potesse svolgere ancora egregiamente la funzione di contenitore dei miei effetti personali. Allora l’ho presa, e mi si è aperto un mondo!

Già guardandone l’esterno, e riconoscendo certi segni sulla sua superficie, sono riemersi dalla mia memoria alcuni ricordi legati a un periodo non particolarmente sereno della mia vita.

Ma il vero salto nel tempo l’ho fatto aprendola, perché dentro ci ho ritrovato un pezzetto di storia lavorativa e familiare, di viaggi e di vita, di un periodo approssimativamente compreso fra il 1995 e il 2000…

Oltre a due penne e ad un evidenziatore che – ovviamente – non funzionano più, e oltre a un puntatore telescopico (così “professorale”, di quelli che si usavano durante le presentazioni prima che nascessero quelli laser…), in una taschina c’erano miei biglietti da visita di quando il mio ruolo e anche il nome della Ditta erano diversi.

E c’erano le solite e immancabili tesserine e promemoria di programmi di fidelizzazione di compagnie aeree, alberghi e compagnie telefoniche.

In un’altra taschina c’erano i piccoli block notes che si trovano nelle camere d’albergo accanto al telefono, “trafugati” in vari hotel del mondo, che mi hanno ricordato il mio passaggio al Michelangelo di Johannesburg, all’Intercontinental di Caracas, a un hotel Eldorado di qualche posto in Brasile che non ricordo, all’Avari di Lahore (unico soggiorno per turismo fra quelli elencati, sebbene nel mezzo di una trasferta), all’Hilton di Rabat, al Royal Plaza di Singapore, e al Marriott di Islamabad che in quel periodo avevo lungamente frequentato… Quanto viaggiavo allora!

Ma c’erano, soprattutto, i disegni e i regalini di mia figlia.
Ebbene sì, perché la mia (allora) piccola in quel periodo aveva preso l’abitudine di regalarmi un suo disegno ogni volta che partivo, “nascondendomelo” nel bagaglio. Era diventato quasi un rituale scaramantico, io “ritrovavo” il regalo una volta a destinazione, e lo conservavo. E li ho ritrovati tutti lì, nella valigetta.
Sfogliando questi disegni ho provato una grande tenerezza e nostalgia, rimpiangendo un tempo che non tornerà più, in cui lei era bambina e non aveva ancora sviluppato quella ritrosia nel dichiarare il suo affetto che inesorabilmente emerge con l’arrivare dell’adolescenza.

Ho sognato e riso un po’ rivedendo attraverso queste sue interpretazioni, a loro modo rigorose e spesso ironiche, l’idea che aveva del mio lavoro, delle cose che riteneva facessi in viaggio,  dei luoghi nei quali andavo, quei Paesi lontani che lei conosceva attraverso le mie descrizioni.

Anche ora i disegni sono rimasti nella valigetta, e mi fanno compagnia ogni volta che la uso.
Continuando a guardarli, però, sono anche arrivato a una conclusione non proprio esaltante: mia figlia doveva pensare che io al lavoro fossi un gran pasticcione, e che andassi in trasferta più o meno soltanto per mangiare. Lo penserà ancora? Uno di questi giorni prendo il coraggio a due mani e glielo chiedo…

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(Trasferta in Brasile: dibattuto tra dovere e piacere (ovviamente gastronomico))

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(Partenza: famiglia al completo che saluta)

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(Viaggio in Israele con istruzioni di comportamento)

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(Viaggio in Brasile, e ancora preoccupazioni per eventuali eccessi alimentari…)

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(Ancora in Brasile, con un dilemma sulle reali motivazioni del mio viaggio:
Messa a punto (malriuscita) del prodotto. Supporto commerciale, o… il solito ristorante? (quello nell’ultima immagine è uno spiedo da churrasco brasiliano)

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(Ovviamente a un certo punto la sorella minore, vedendo il lavoro dell’altra e per non essere da meno, ha cominciato a prendere la stessa abitudine…
Cosa è rappresentato in quest’opera? E che ne so… chiedete a lei!)

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