Cronache Pachistane

 

Scritto (quasi tutto) domenica 2 settembre, inserito una settimana dopo… perdonate il ritardo!

 

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Domenica 2 settembre, ore 5:55 (2:55 in Italia). Il volo della British Airways da Londra atterra quasi in orario sulla pista dell’aeroporto di Islamabad. Il tempo è coperto, ma la temperatura è già annunciata sui 27 gradi.

 

L’aeroporto ha una sola pista, e non ha un raccordo, per cui l’aereo atterra, frena, arriva fino in fondo, gira su se stesso, e torna indietro per poi imboccare il piazzale. Nei minuti che precedono l’atterraggio, e poi in questi minuti percorsi lentamente, si ha già modo di vedere che fuori c’è un mondo “diverso”. E’ indubbiamente diverso da tutto quello che mi appartiene e mi è familiare, ma ormai mi è familiare a sua volta (sarà la ventesima volta che atterro in questo aeroporto), e lo osservo con divertimento e con partecipazione, andandovi a cercare tutti quei caratteri distintivi che conosco ormai bene.

 

Vedo i piccoli bimotore delle Nazioni Unite che fanno base qui, e che ricordano che sono in un Paese di frontiera (e che frontiera…). Scorgo poi in un piazzale separato molti aerei militari da trasporto, che ricordano che si tratta di un Paese estremamente vasto e con una rete di trasporti alquanto antiquata, e… vedo un omino che pascola le capre a bordo pista (dovrebbero esserci eccezionali misure di sicurezza a protezione dell’aeroporto… ma qui basterebbe un ragazzo con una fionda per colpirci!). Nel frattempo, l’aereo arriva nella sua piazzola e spegne i motori.

 

Si apre la porta, e… benvenuti in Pakistan… Una ventata di caldo, ma soprattutto di umidità, mi investe. Insieme a questa, arriva un odore di vegetazione marcia, misto a un sentore di sporco, che è il biglietto da visita olfattivo del Paese.

 

Il saluto delle hostess (che so di riincontrare in Albergo e poi sul volo di ritorno), scendo la scaletta, e intorno c’è già un brulicare di gente in azione. L’aereo deve ripartire fra due ore per Londra, sono già schierate le squadre di persone che devono prima svuotare e ripulire, e poi caricare e rifornire l’aereo. C’è sempre l’impressione che per uno che lavora ce ne siano cinque che guardano (sensazione abbastanza frequente qui), ma in fondo sono efficienti: in genere i bagagli vengono consegnati in un tempo che a Malpensa ce lo scordiamo!

 

Si sale rapidamente sul rattoppatissimo minibus VIP (non ho ancora capito chi sono i VIP: la realtà è che ci si infila chiunque, facendo sfacciatamente finta di niente, fino a occupare tutti i posti disponibili) che ci porta al controllo passaporti.

Qui c’è una specie di rituale sacro di ammissione: al banco un impiegato controlla il passaporto, il visto, e mette il timbro. Due metri (sic!) più in la c’è un altro impiegato che controlla che ci sia il timbro. Quattro metri più in là un altro ancora ricontrolla la presenza del visto… E’ sempre così: i pubblici ufficiali sono tantissimi, in quantità assolutamente inutile e ridondante, ma probabilmente questo serve a togliere dalla fame il maggior numero possibile di persone.

Ritiro bagagli (che come dicevo è velocissimo), altro controllo, questa volta sui bagagli ritirati, e poi via, verso l’uscita dell’aeroporto.

 

Qui c’è un altro momento che per me è un elemento caratteristico del Paese: quello che io chiamo il Muro Umano.

 

 

 

Stavolta sono le sei del mattino, ma io sono arrivato in questo aeroporto a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ebbene, vi assicuro, ogni volta il Muro Umano c’è. Si tratta di una massa compatta e assolutamente invalicabile di persone che sta lì, davanti all’uscita degli Arrivi e, forse, aspetta qualcuno. Dico forse, perché sono in numero assolutamente incompatibile con la quantità di persone che sbarcano dagli aerei. Allora forse sono solo lì a guardare, a vedere la gente che arriva, gli stranieri, gli emigrati che tornano…

Le prime volte che arrivavo questo Muro mi spaventava, cercavo istintivamente con lo sguardo il passaggio per evitarlo. Adesso lo considero un pezzo della malinconica poesia di questo posto.

 

Saliamo sul’auto che ci porterà in albergo, e si parte. Rivedo i panorami che conosco benissimo. Un misto di moderno e arcaico, di miseria e consumismo, che caratterizza questo paese, proprio come la vicina India. Strade moderne a tre corsie percorse da antidiluviani camion stracarichi (bellissimi per le loro decorazioni) o da carri trainati dagli asini, cartelloni che pubblicizzano l’ultimo telefonino sotto i quali ci sono le tende dentro cui vivono intere famiglie.

 

Islamabad è una città moderna, tutto sommato. E’ stata costruita dal niente, per spostare gli edifici del potere politico ed economico dalla vicina congestionatissima Rawalpindi.

Il colpo d’occhio non è male, i palazzi governativi e le moschee sono belli, ma ci sono delle incongruenze urbanistiche incredibili. Strade larghissime che finiscono nel nulla. Agglomerati di palazzi costruiti gli uni sugli altri si alternano a enormi spazi inutilizzati… Il trionfo dell’incompiuto!

 

Per strada non noto controlli e misure di sicurezza particolari. L’hotel, invece, mi da’ l’impressione di una cittadella assediata. Infatti, l’hotel si trova in cima a una salitella su cui già da un bel po’ sono stati disposti dei blocchi di cemento come ostacoli, e inoltre prima della salita c’era un controllo dell’auto, con l’osservazione della la parte inferiore della carrozzeria mediante specchi e telecamere. Questa volta, l’auto ci lascia addirittura ai piedi della salita, e l’ultimo tratto bisogna farlo a piedi. Infine, all’ingresso, controllo con metal detector e raggi X per le valigie…

Insomma, controlli potenzialmente accurati, per la paura di attentati che hanno colpito già alcune volte altri Hotel della città. Ho detto potenzialmente perché è tuttavia vero, stavolta come le precedenti, che quando passo il metal detector e questo suona, l’addetto mi guarda e mi sorride chinando il capo di lato, e mi lascia andare senza ulteriori verifiche…

 

Raggiungo la confortevolissima camera (almeno questo…), controllo che tutto sia in ordine, mi affaccio alla finestra, e scaccio dalla mente il pensiero che su ognuno di quei tetti, dietro ognuna di quelle finestre, potrebbe nascondersi la minaccia di un gesto dimostrativo, di un atto terroristico…

 

Mi rendo conto che mi aspetta un soggiorno da recluso, con le uscite soltanto per andare ai nostri incontri di lavoro.

 

Penso con rimpianto a quando venivo qui sette o otto anni fa. Il Pakistan era, allora come ora, una terra di frontiera e di conflitti. C’erano i Talebani in Afghanistan, c’era una situazione di conflitto latente con l’India, c’erano zone del Paese turbolente e caratterizzate da attentati. Tuttavia, non era ancora arrivato l’11 settembre, e nessuno di noi si sentiva un possibile bersaglio, se non dei venditori ambulanti e dei questuanti.

Si andava tranquillamente a mangiare in graziosi (?) ristoranti o fetide bettole, a deliziarci con la cucina locale, tenendo lo sguardo basso per non vedere cosa succedeva in cucina e come erano vestiti i camerieri… Ricordo le abbuffate di spiedini e di kebab alla brace al “Kabul”, ristorante di profughi afgani dal quale uscivamo completamente affumicati; e ricordo soprattutto il mitico Sunday Market.

Il Sunday Market era un enorme bazar all’aperto, ed era un appuntamento fisso, per la domenica di noi annoiati trasfertisti. C’era una parte, diciamo così, di “oggettistica”, dove si trovava di tutto, dai gioielli alle pietre ai libri al software taroccato. Ricordo estenuanti contrattazioni, che si protraevano anche da una domenica all’altra, per risparmiare qualche decina di rupie, ovvero poche centinaia di lire, sull’acquisto di una scatolina di legno o di lapislazzulo. C’erano poi tutti i “cimeli” che arrivavano (rubati, recuperati, acquistati…) dagli invasori dell’Armata Rossa in Afghanistan: colbacchi, orologi, cartine, zaini, sacchi a pelo.

Separata, c’era la parte del mercato alimentare, destinato prevalentemente ai locali, che sembrava un girone dell’Inferno.

Muovendomi a fatica in mezzo a un fiume di gente vociante, vedevo i banchi dei venditori di spezie, con le loro montagnette coloratissime e ben allineate. E i venditori di verdure e frutta, con una grande varietà di mercanzia dall’aspetto sconosciuto. Poi c’erano i banchetti che spremevano la canna da zucchero con degli aggeggi motorizzati e pieni di ruggine, e te la porgevano in bicchieri sporchi. Io non ho mai avuto il coraggio di assaggiarla, ma chi ce l’ha fatta giurava che fosse deliziosa… salvo poi a rimanere due giorni chiuso in bagno!

Il tutto immerso in un flusso di gente soffocante e incessante.

La vera esperienza per stomaci forti, tuttavia, era il “reparto carni”, dove si vedevano animali vivi mescolati a animali morti, sangue dappertutto, quarti di bestie appoggiati a terra e ricoperti di mosche… Il tutto in una puzza nauseante che il caldo rendeva ancora più insopportabile. Eccola lì, quella deliziosa e tenera carne che mangiavamo al ristorante… “La prossima volta devo ricorndarmi di chiederla ben cotta…”.

 

Questa volta, niente di tutto questo. Oggi è domenica ma resterò chiuso in albergo. Dormo un pochino, poi guardo un po’ di TV, poi lavoro, per prepararmi alla riunione di domani e dopodomani. D’altra parte, sono qui per lavorare…

 

*****

 

Il resto della trasferta è stato tranquillo, e non c’è granché degno di essere raccontato. Riunione e albergo. Martedì ci sono stati due attentati a Rawalpindi che hanno fatto preoccupare parenti, amici e colleghi che non riuscivano a mettersi in contatto con noi… Mercoledì all’alba invece, quando eravamo pronti ad andare in aeroporto per il rientro, abbiamo scoperto che il volo per problemi tecnici veniva ritardato di 24 ore… Un’altra giornata da recluso in albergo, in tempo per scoprire che subito dopo il week end sarei dovuto ripartire per un’altra trasferta e poi, finalmente, il rientro a casa.

 

F.

 

 
 
 
 
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5 risposte a Cronache Pachistane

  1. Donatella ha detto:

    Grazie per questo colpo d\’occhio su Islamabad. Non sono mai stata in India, ma dalla descrizione che fai è abbastanza simile all\’Indonesia di Giakarta e dei paesini limitrofi o anche di Bali ma al di fuori del circuito turistico.
    Mi è sembrato quasi di sentire gli "odori" vari nei quali ti immergi quando capiti in queste parti di mondo: gli odori delle persone, dei mezzi di trasporto, della vegetazione e dello smog, dei rifiuti di ogni genere.
    Ho letto che nel frattempo sei ripartito, beh!, buon viaggio! :-)Donatella 

  2. La Gatta ha detto:

    il muro umano fu la cosa che piu\’ mi colpì arrivando in india…
    è vero, è un muro umano, di gente che sta lì e (forse) aspetta, forse no…..
    ma sta lì….
     
    :-S 

  3. Ferdinando ha detto:

    Il muro umano è un qualcosa che descritto sa tanto di Baricco, non so perché ma mi da questa impressione… E solo a leggere di questo muro, mi viene un po\’ di inquietudine. Molto bella la descrizione di questi luoghi lontani, che ho letto con gusto🙂 Il gusto non si riferisce assolutamente al reparto carni… 

  4. Ferdinando ha detto:

    porca miseria… sembra il poligrafico dello stato… diceva che c\’era un errore del server e cotinuavo a cliccare per pubblicare il commento, mi dispiace per la proliferazione sconsiderata dello stesso commento, involontaria… 

  5. maria ha detto:

    Sull\’ultimo numero del National Geographic c\’è un articolo molto interessante sul Pakistan!Di sicuro è un paese con molte contraddizioni!Ben tornato e ben ripartito!

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