Abbecedario americano (parte terza – da G a R)

Innanzitutto, perdonatemi per il ritardo. Troppi impegni, specialmente di lavoro, e troppa stanchezza in questi giorni per permettermi di continuare la mia cronaca americana. Ma siccome quando si prende un impegno bisogna portarlo a termine, eccomi qui a continuare, nella speranza di procedere un pochino più spedito… Anche perchè, se continuo così, rischio di dimenticarmi quello che ho visto, e mi tocca andare di nuovo in California a rinfrescare la memoria!
 
Detto questo, andiamo a cominciare.
 

G come (Paul) Getty Center: Il J. Paul Getty Center è un insieme di istituzioni culturali e museali che si trova vicino a Los Angeles. Esiste poi la Paul Getty villa, a Malibu, che fa parte della stessa fondazione, e che è una immensa villa un po’ kitch in stile romano (copia della villa dei Papiri di Ercolano) che ora ospita collezioni archeologiche greche, romane e etrusche. Tutta la fondazione nasce dalla iniziativa della famiglia Getty che ha raccolto la sconfinata collezione di opere d’arte di ogni tempo che possedeva in una struttura dedicata, accessibile al pubblico. Se vi interessa, il Centro ha anche un sito web curatissimo, con un sacco di informazioni e di immagini molto belle.

Fra parentesi, qualche mese fa, la Fondazione è stata agli onori della cronaca anche da noi per la querelle con il Governo italiano che esigeva la restituzione di alcune opere appartenenti alla fondazione ma risultate rubate in Italia. Se ben ricordo, la trattativa è andata a buon fine e le opere sono state o saranno restituite all’Italia.

In realtà, quando ho deciso di spendere le ore che mancavano alla partenza del mio volo in questo luogo, relativamente vicino all’aeroporto di Los Angeles, pensavo che avrei trovato un museo come tanti altri, e non un incredibile, modernissimo, attrezzatissimo centro di cultura.

All’arrivo, si è indirizzati a un grande parcheggio multipiano a pagamento che, avrei scoperto dopo, è l’unica cosa che si paga, in quanto l’ingresso a tutte le strutture del centro è libero.

Parcheggiata la macchina, si raggiunge una terrazza, da cui parte una specie di funicolare, che porta ancora più in alto, dove ci sono le strutture del Centro.

Qui arrivati, lo spettacolo è sorprendente. Innanzitutto il panorama. Il centro si trova in una bella posizione sulla collina di Bel Air, con una vista che arriva a Los Angeles da un lato e alla costa del Pacifico dall’altro.

Ma la cosa più impressionante è che non ci si trova all’ingresso di un museo tradizionale, ma in una vera cittadina, con bellissimi giardini, piazze, vialetti, su cui si affacciano le palazzine che contengono i padiglioni che raccolgono le collezioni, ordinate per epoca e forma d’arte, più alcune aree dedicate a mostre temporanee. Anche dal punto di vista architettonico, il complesso è estremamente interessante. 

 

 

 J.Paul Getty Center: Padiglioni espositivi

 

Bella la pinacoteca, con opere soprattutto di maestri europei, fra cui alcuni bellissimi capolavori dell’impressionismo (fra tutti, degli Iris di Van Gogh…). Non c’è nulla del ventesimo (e ventunesimo) secolo, in quanto la fondazione non ha acquistato nulla, in continuità con la collezione originale del miliardario.

Tutta la galleria è organizzata e curata come dovrebbe essere in ogni museo: le opere distanti, tanto spazio per osservarle, il percorso temporale o tematico ben costruito, e soprattutto l’illuminazione, un misto di luce naturale e artificiale perfetto, che non dava nessun riflesso fastidioso alle opere… 

 

 

 J.Paul Getty Center: La sala della pinacoteca dedicata agli Impressionisti 

 

Ma ancora più bella, a mio avviso, la parte dedicata alla fotografia. Leggo che la fondazione possiede un patrimonio di fotografie unico al mondo. Le opere sono esposte  a rotazione, per minimizzare il deterioramento delle fotografie dovuto alla luce. Al momento della mia visita erano in corso due mostre.

La prima era la mostra delle opere di un bravissimo foto-cronista, Luc Delahaye. Si trattava di foto di attualità, tutte recentissime, che riprendevano eventi dalla più recente cronaca mondiale ma viste con una scelta di situazioni, inquadrature, composizioni, che le rendevano assolutamente uniche, originali ed emblematiche.

La seconda, tuttavia, è quella che mi è piaciuta maggiormente, perché era la mostra di Edward Weston, uno dei più grandi fotografi americani. Ritratti, nudi, nature morte, e anche opere di suoi amici e colleghi come Cunningham, Mather e Tina Modotti, che fu modella, amante, e ispiratrice di Weston per un lungo periodo.

Tante, tantissime cose belle da vedere insomma, ma purtroppo poco tempo per farlo.

Pochissimi minuti anche per attraversare di corsa il fornitissimo shop, che oltre a tantissimi oggetti sfiziosi, conteneva anche una ricca libreria.

Insomma, sono stato preso in contropiede… Neanche una giornata sarebbe bastata, ma se avessi saputo che luogo andavo a visitare, sarei partito all’alba da San Diego e avrei dedicato qualche ora in più alla visita… In ogni caso, sono venuto via con una grande sensazione di benessere!

 

G come Guerra: Durante i pochi giorni del mio viaggio, ho notato tanti segnali del dissenso degli americani nei confronti della guerra in corso. Banchetti più o meno improvvisati, striscioni, adesivi sulle auto, anche tanti articoli di giornale e servizi in TV protestano contro la guerra e chiedono il rientro dei soldati dall’Iraq. Ci sono anche diverse proteste contro il presidente (e anche tante prese in giro, ma il personaggio si presta). Non so se è quello che è accaduto anche in altri momenti storici, ma credo che per un paese patriottico come gli Stati Uniti, per un paese nel quale comunque tantissima gente porta all’occhiello la bandierina a stelle e strisce, questo sia un segnale drammatico, ma che in qualche modo da anche speranza.

 

G come Guidare: E’ molto piacevole guidare in America. Mi sono molto divertito. Qualche problema di ambientamento con le regole locali (vedi anche alla voce “Codice della strada”), ma per il resto tutto liscissimo. Le strade sono larghe, anche quelle secondarie, e i tratti che ho trovato trafficati sono davvero pochi. Ho usato la macchina per muovermi da un quartiere all’altro di San Francisco, e poi per scendere a sud percorredo la HighWay 1 della California, ovvero la strada che percorre tutta la costa. 

Per ogni tratto, ho potuto apprezzare il cambio automatico che, diciamoci la verità, è una grande comodità. Metti la marcia avanti e vai: saliscendi, curve, rettilinei, fermi, riparti… pensa a tutto lui!

Quando la strada lo permetteva, poi, ho fatto uso del cruise control: impostavo la velocità, e non dovevo neanche mettere il piede sull’acceleratore… L’unico rischio a quel punto era addormentarsi.

D’altra parte, il cruise control serviva pure ad aiutarmi a rispettare i limiti di velocità, che su certe strade larghe, diritte e deserte erano davvero ardui da mantenere.

 

 

 Sulle strade della California: All’ingresso di San Francisco 

 

Tuttavia io sono stato rispettosissimo: troppi anni di telefilm americani alle spalle per non essere perseguitato dalla paura di vedere apparire da dietro un cartellone pubblicitario una macchina o una moto della polizia, pronta a lanciarsi al mio inseguimento a sirene spiegate, per fermarmi, perquisirmi, arrestarmi…

 

 Sulle strade della California: 65 mph e Cruise Control inserito su un rettilineo della Freeway 101

 

H come  Halloween: Non avevo mai realizzato che dimensioni avesse l’evento Halloween negli Stati Uniti. Mancava ancora quasi un mese, ma ho potuto vedere un numero impressionante di negozi e shopping centers interamente adibiti a Halloween Mall, ovvero a centri commerciali in cui si acquistano solo e soltanto articoli legati alla festa. Inoltre, nella zona a Sud di San Francisco, c’erano innumerevoli fattorie che vendevano zucche per la festa. Dei prati enormi completamente ricoperti di zucche… Uno spettacolo bellissimo, da fotografare… Peccato che avessi finito la batteria della macchina fotografica!😦

 

I come Italoamericani: Sia a San Francisco che a San Diego ci sono due piccole Little Italy. A San Francisco si concentra nella zona attorno alla Columbus Avenue (ribattezzata Viale Cristoforo Colombo) ed è segnata da una miriade di ristoranti, negozi, e locali con insegna italiana.

Dico con insegna italiana, perché in realtà si vedono all’interno più cinesi che italiani, e anche i menù sono un miscuglio di generi incredibile, con la pasta (e gli immancabili tagliolini Alfredo) e i Tacos, la pizza e il falafel. Questi quartieri italiani si vanno svuotando, e questo (a parte la componente folkloristica) non dovrebbe dispiacere a nessuno. Dal punto di vista sociale, secondo me, questi quartieri hanno un po’ l’aria dei ghetti, abitati dalla gente che non conosce la lingua e non ha i mezzi per integrarsi con il resto della comunità. Invece, i vecchi immigrati italiani si sono integrati o si sono integrati i loro figli, americani a tutti gli effetti. I pochi italiani che ancora arrivano negli Stati Uniti sono professionisti, laureati, sono insomma i “cervelli in fuga” dalla nostra vecchia Italia che non sa dargli quello che meritano… Loro non vanno certo a chiudersi nella Little Italy.

 

 San Francisco: Quartiere Italiano

 

Nel poco di comunità italiana che sopravvive, tuttavia, sono orgogliosamente mantenute le tradizioni: nella Columbus Avenue c’erano molte locandine che richiamavano i festeggiamenti dell’imminente Columbus Day. Ci sono anche gli aspetti più folkloristici e… tamarri: in parecchie vetrine spiccava la locandina di un presunto evento musicale: la tappa californiana della tournée internazionale (?) di Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo. Special guest un non meglio identificato Pasquale Esposito (“Simply Pasquale”, recitava la locandina). Siete interessati? La data è 2 novembre!

 

 

 San Francisco: Quartiere Italiano

  

I come Itinerario: Già detto: vedi qui

 

L come Lavorare: Eh, già… perché in questo viaggio io ho pure lavorato, d’altra parte era il motivo principale della trasferta! La parte lavorativa ha preso martedì pomeriggio e tutta la giornata di mercoledì. E’ andato tutto molto bene, i meeting hanno raggiunto l’obbiettivo prefissato, e credo che ci sarà un seguito. Gratificante, tutto sommato, questa parte della trasferta: a me piace sempre avere contatti a livello tecnico con potenziali clienti, scambiare opinioni, registrare esigenze, descrivere le nostre capacità. Ma in questo caso si trattava di entrare in un contesto eccezionale, per un tecnico impegnato nel mio campo: un po’ come andare a discutere di automobili con Schumacher, o di violini con Uto Ughi, insomma. Ed è andata bene, ci hanno fatto pure le congratulazioni!😉

 

M come  Mangiare: Come si mangia in California? Difficile dirlo. Le materie prime sono ottime, sempre (qui come in gran parte degli Stati Uniti). C’è dell’ottimo pesce e crostacei eccezionali. C’è ovviamente della carne eccellente, e anche le verdure e la frutta non sono male.

Tuttavia, gli americani amano mangiare "schifezze", e quindi le preparazioni sono “arricchite” di creme, salsine, succhi che finiscono col dare a ogni cosa un uniforme sapore da Big Mac.

Per quanto riguarda i ristoranti, pullulano ovviamente quelli italiani (da me rifiutati per principio) e ce ne sono tanti “modaioli”, di quelli con i nomi delle pietanze sul menu in stile nouvelle cousine, per capirci.

Ho scoperto (a mie spese) che quelli che chiamano Steak House, oltre a fare della carne eccezionale (ma questo è abbastanza comune in ogni altro ristorante), sono dei locali spesso scicchissimi (e conseguentemente costosissimi)…

Comunque, ho mangiato delle bistecche divine, di dimensioni talvolta disumane.

Una sera ho anche provato un McDonald. Sono sempre affascinato dall’incredibile livello di standardizzazione di questi posti, dove anche i sapori riescono ad essere assolutamente omogenei in ogni parte del mondo. Differenze di quelli californiani? L’hamburger è leggerissimamente più succoso, e ci sono in lista un po’ di schifezze in più rispetto ai Mac italiani…

 

M come Meteo: Gli americani hanno la mania delle previsioni meteo. Oltre ad esserci alcuni canali TV che fanno solo previsioni del tempo, ogni canale dedica una bella fetta dei notiziari a questo argomento. Il fatto è che non sono come i nostri: ci sono previsioni locali e nazionali e federali e mondiali; ci sono previsioni a brevissimo tempo e a breve tempo e a medio tempo e a lungo tempo; ci sono immagini da satellite, da aereo, da radar, da terra, con la mappa delle nuvole, dei fulmini, delle precipitazioni; c’è la temperatura reale, quella percepita, quella prevista statisticamente… Insomma alla fine corri il rischio di non riuscire a rispondere alla domanda fondamentale: che tempo farà domani?

In questo eccesso di informazione inutile, la situazione è (almeno per me) aggravata dal fatto che le temperature sono date in Fahrenheit. Quindi alla fine senti che domani ci saranno 67 gradi e non sai se devi mettere il golfino o le mezze maniche. Perché una formula di conversione mnemonica ci sarebbe, ma essendo appunto mnemonica io non me la ricordo mai. Adesso la sto vedendo in internet e ve (me) la ricordo: bisogna togliere 32 dalla temperatura in Fahrenheit, moltiplicare il risultato per 5, dividerlo per 9… Grossolanamente, basta togliere 32 e dividere il risultato per 2. Non difficile, ma è sempre meglio portarsi dietro il golfino!

Nota a margine: ho scoperto per caso perché i nostri congelatori hanno una temperatura di -18°C. Non c’è sotto nessuna considerazione sulla temperatura ottima a cui conservare i cibi o qualcosa del genere: è solamente il valore di temperatura in Celsius che corrisponde a 0° Fahrenheit…

 

N come Navigatore Satellitare: Secondo voi c’è un motivo per cui, quando sbagli strada e devi tornare indietro, un navigatore satellitare italiano (almeno quello che ho usato io) ti dice: “effettuare appena possibile una inversione a U” ,mentre un navigatore satellitare americano (almeno quello che ho usato io) ti dice: “effettuare appena possibile una inversione a U legale”?

 

O come Occhiali da Sole: Tutti portano gli occhiali da sole, in California, perché c’è tanto sole. Tutti tranne io, perché i miei occhiali da sole li avevo dimenticati a casa. Perciò ho fatto tutto il viaggio con gli occhi stretti a fessura… Ma non è una novità. Gli occhiali da sole non sono mai nella mia checklist mentale quando preparo la valigia e quindi, regolarmente, rimangono a casa.🙂

 

R come Recreational Vehicles (RV): I nostri Camper, in America si chiamano RV. In realtà non sono proprio la stessa cosa perché l’Americano, quando va in vacanza, certo non rinuncia alle comodità di casa. Perciò, siccome le dimensioni delle strade il più delle volte lo consentono, spessissimo si vedono in giro dei Camper di dimensioni inimmaginabili. Molti di questi sono dei veri e propri autobus. Il Camper però ha un inconveniente: quando si è fermi in campeggio non si ha un mezzo per i piccoli spostamenti. Noi lo risolviamo portandoci dietro la bicicletta o, al più, il motorino. In America ho visto camper con, al rimorchio, una automobile. In un mio precedente viaggio ho visto un RV formato autobus, che aveva sul tetto un motoscafo e al rimorchio un’automobile: mancava soltanto la pista per gli elicotteri, e poi era a posto.

 

Sulle strade della California: Dalla foto non si capisce, ma l’auto è a rimorchio del Camper…

 

(continua)

 
 

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7 risposte a Abbecedario americano (parte terza – da G a R)

  1. Lilla ha detto:

    uhmmm … più leggo e più mi convinco che … hai sicuramente bisogno di una segretaria quando vai a fare questi viaggi … qualcuno dovrà pur ricordarti di prendere gli occhiali da sole … giusto???
    PS: Riguardo il cambio automatico … mi fai ricordare di un mio amico (stavolta architetto!!) che aveva un mercedes con cambio automatico … il mercedes per "rimorchiare" … il cambio automatico per … avere la mano destra "libera" di … toccare le gambe dell\’eventuale "rimorchiata"!!! Pessimo soggetto … ottimo amico!!!

  2. Virginia ha detto:

    le ultime immagini dell\’album fotografico dalle mie parti sono state trafugate proprio dal getty museum, nel senso che ho trovato in rete tutto quello che la fondazione ha acquisito col tempo ed è tutto visibile, diviso per categoria. roba da scialare!!
    per la bisogna procurati una borsa capiente, come facciamo noi fanciulle, e ci infili dentro qualsiasi cosa ti venga in mente – occhiali da sole compresi – così non ti dimentichi nulla a casa. tanto ora vanno di moda le it bag per uomini! buongiornoxxx

  3. soleluna ha detto:

    "Troppi impegni, specialmente di lavoro, e troppa stanchezza in questi giorni per permettermi di continuare la mia cronaca americana"…
    Sicuro sicuro?! A me, nun me pare proprio, considerando certi avvenimenti, non solo lavorativi, della settimana scorsa…;-)

  4. Mariko ha detto:

    Visto che questo è in long we, spero di leggere il resto al più presto…mi piace molto come scrivi e descrivi.
    Baci
    Tiziana
     
    P.S. Questa estate ho visto un "camper" che aveva all\’interno lo spazio per una macchina!

  5. agnese ha detto:

    Riguardo al museo…ancora GRAZIE!!! E ci siamo capiti io e te, non aggiungo altro.
     
    Non riesco a superare invece lo shock di Gigi D\’Alessio e la Tatangelo…prova evidente che tutto è esportabile…pure lo scuorno!
    ("Io ti dirò le cose dette mai…sarà un Natale senza nuuvoooole, le domeniche d\’agosto quanta neve che faràààà, sembra cominciata già, una storia senza fine…"…w la banalità dei testi, di cui giggggino è veramente il re).—>il testo della loro canzone lo conosco un pò solo x caso, tzè!
     
    Buon weekend ingegnè!!!
     

  6. nicla ha detto:

    quante belle cose. cresce l\’invidia! Ma non ci puoi portare a turno a ogni tua trasferta?

  7. Pingback: Cronaca d’agosto (Quinta parte) – On the road | Paperi si nasce

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