A Paolo, che non c’è più

Sebbene ci fossimo persi un po’ di vista negli ultimi anni, Paolo è sempre rimasto nei miei pensieri, e nei ricordi di quella tarda adolescenza e prima gioventù in cui si passa il tempo a far cazzate (a volte anche grosse), e sembra che lo si butti via, e solo dopo si scopre che quello è stato il tempo meglio speso di tutta la vita.

Anche a Paolo avevo pensato per esempio qualche giorno fa, quando leggevo quel post di Virginia che evocava le cose apparentemente senza senso che si fanno in gioventù…

Eh, sì… perché Paolo viveva nella mia stessa cittadina e avevamo frequentato lo stesso Liceo, dove ci eravamo conosciuti e diventati amici, negli stessi anni. Eravamo praticamente coetanei, lui di qualche mese più giovane di me.

Paolo era un rampollo di una famiglia decisamente benestante. Piccolo industriale il papà, casalinga colta e di ottima famiglia sua mamma. Non gli mancava niente, e niente si faceva mancare. Bel ragazzo, brillante, era oggetto di attenzioni (più che ricambiate) di moltissime ragazze. Inevitabilmente frequentava quegli ambienti di gente “bene” dediti al… vuoto pneumatico, ma lui sapeva essere diverso. L’educazione, i valori e l’intelligenza facevano di lui una persona piacevole, uno di quelli che “non se la tirava”, come si diceva ai miei tempi, e con il quale potevi parlare di tutto, dalla politica all’arte al cinema (anche se aveva un’insana passione per i film porno…). Era bello stare con lui.

Ed era una gran testa di cavolo, Paolo.

A 16 anni aveva a disposizione un’auto… Me la ricorderò sempre, una Innocenti Mini 120… Non so se l’avete presente: un cesso di macchina, per di più la sua era di un colore azzurrino indefinibile, ma che correva come una scheggia… E con quella si correva, tutti insieme, tutti minorenni, nessuno patentato, dalla nostra città sui quei dieci chilometri che ci separavano dal mare, e poi sulla litoranea, per fermarci a quel baretto dove si ascoltava un po’ di musica, si beveva una bibita, si dicevano e facevano un sacco di cose stupidissime, sempre le stesse, sempre allo stesso modo, ma che ci facevano ridere… E poi… Attento all’incrocio… Ma a quanto l’hai presa quella curva… Ogni volta, sempre rischiando un po’ la pelle, ma chissenefrega, e che vuoi che ci succeda… Eravamo così eroici, nel far cazzate…
Ricordo quella volta che ci fermarono i Carabinieri… Lo conoscevano benissimo, ma non potevano esimersi dal fare il loro dovere: Patente, Libretto… Beh, veramente l’ho lasciata a casa… Ehm, no… Non ce l’ho… E l’arrivo del padre, da oscar la sua interpretazione del genitore sorpreso e incazzato (avremmo rievocato per anni quella serata)… Gliel’ho data per girare nel recinto dell’azienda, disgraziato ti avevo detto di non uscire sulla strada… La clemenza dei Militi… Sa com’è, dottor T…. Stia attento… Non si preoccupi, maresciallo, mio figlio la pagherà cara… Neanche la bicicletta gli faccio più vedere… E il giorno dopo eravamo ancora lì, in quel bar, su quelle curve, a quegli incroci, a ridere e scherzare più di prima…

Si era iscritto a Ingegneria anche lui, indirizzo civile, e per un anno avevamo condiviso il mio appartamento napoletano da studente.
Non era durata molto, la convivenza. Non poteva durare. Lui aveva in mente un certo modello di vita da studente, con le relative esigenze “operative”, che un appartamento al quinto piano senza ascensore, la compresenza di un secchione dedito solo al raggiungimento della laurea, e soprattutto la indisponibilità di una camera da letto autonoma con matrimoniale, non permettevano certamente di conseguire.
Perciò presto migrò presso un’altra sistemazione, che trovò in un istituto religioso (costosissimo) che gli permetteva di fare quel cavolo che voleva, e ridemmo tanto del fatto che gli era più facile fare porcherie dai preti che a casa mia…
Ci ha messo qualche anno più di me a laurearsi, ma… l’ha vissuta bene!

Poi abbiamo cominciato a perderci di vista, perché io mi sono trasferito a Milano.

Nel suo “ambiente” aveva incontrato una ragazza di Piacenza, bella e intelligente, che definimmo “la contessina”. Anche perché contessa lo era davvero. La sposò, e io fui invitato al suo matrimonio. Ero il suo unico amico personale, in quell’occasione, e in questo ricevimento da mille e una notte in una specie di castello di famiglia nelle campagne di Piacenza fui immeritatamente un ospite d’onore.

Qualche anno dopo mi disse che si erano lasciati (anzi il matrimonio era stato annullato dalla Sacra Rota, come si conviene a una nobile…), perché – ma è una mia ipotesi – la contessina mal sopportò il trasferimento nel paesotto della provincia campana.
Dopo qualche anno si è risposato, ma ormai avevo perso quasi completamente i contatti. Qualche telefonata, qualche notizia da conoscenti comuni, sapevo che con la nuova moglie andava bene, ma l’azienda navigava in cattive acque… Poi l’ho visto una volta in televisione, su una emittente locale, scoprendo che era diventato presidente (o qualcosa del genere) dei giovani industriali della Campania… Sempre bello, sempre brillante, sempre intelligente…
Qualche telefonata a Natale, dobbiamo vederci, dobbiamo passare una giornata insieme… Ma non si riusciva mai a fare niente. Cazzo, quando sei a casa per Natale i parenti ti spolpano vivo… Vabbé, capiterà… Magari in qualche aeroporto…

Ebbene, mia mamma mi ha telefonato ieri l’altro, mentre ero in auto. Ti ricordi di Paolo T.? Certo che mi ricordo, che ha combinato? Un incidente sul lavoro…

Paolo ha fatto una di quelle fini stupide, senza senso, che fanno urlare di rabbia… E’ venuto giù dal tetto di un capannone, da otto metri di altezza, mentre stava controllando con degli operai l’installazione di un impianto fotovoltaico. Vengo a sapere che aveva ricominciato praticamente da zero, lavorando in questo settore, e lavorava duro, sette giorni su sette. Era domenica quando era su quel tetto. E’ inciampato, s’è distratto, ha perso l’equilibrio… Chi lo sa. E’ venuto giù. E’ morto mentre arrivava l’ambulanza.
Vivi in maniera eroica le cazzate di gioventù, e poi quando la vita ti porta a fare davvero davvero qualcosa di eroico, fai una fine così stupida…

Si dice che negli ultimi attimi si riveda l’intera esistenza. Spero che lui abbia visto scorrere le immagini di quel pezzo di vita spensierata ma tanto intensa della sua gioventù… E spero che questo sia servito a dargli una smorfia di sorriso, in mezzo alla sorpresa per quello che stava succedendo e al dolore nella carne…
Spero che abbia fatto in tempo a pensare che vabbé, dopo tutto, la sua vita si stava concludendo quando non era ancora il tempo… ma almeno, cazzo, quello che c’era stato era stato pieno, non ne aveva sprecato niente.

Sta di fatto che non ci sei più. Ti sei portato via un pezzettino della mia storia, dei miei ricordi, della mia vita. Non dovevi.
Addio, Paolo!

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9 risposte a A Paolo, che non c’è più

  1. silykot ha detto:

    Mi dispiace.
    Ci sono cose che non si spiegano, si accettano e basta… perché non si può fare altrimenti, perché non ci sono spiegazioni per fatti tanto assurdi.
    Si può inveire contro la vita, contro la morte, ma non ci riporta indietro nessuno.

    Siete stati fortunati a conoscervi, tu e Paolo, così diversi eppure accomunati da qualcosa che ti fa dire, adesso, che con lui va via un pezzetto della tua storia.

    Ti abbraccio.

  2. fab ha detto:

    Morire sul lavoro, per il lavoro è assolutamente ingiusto.
    La cronaca ci riporta sempre più frequentemente di queste notizie e quando poi ci toccano beh…fa male.
    Mi spiace Federico.

  3. Lilla ... ha detto:

    non c’è niente che io possa dire o fare per alleviare il tuo dolore, il tuo rammarico, la tua rabbia … ma di una cosa sono certa, se Paolo da dove si trova riesce a ‘sentire’ quello che hai scritto … non può che esserne contento … sa di aver lasciato qualcosa di buono su questa Terra … la sua Vita, non è stata ‘inutile’, non è passata inosservata …🙂

  4. lagattasultetto ha detto:

    non se li è portati via, i ricordi, la storia intendo…
    li ha portati qui…

    ciao Paolo, piacere di conoscerti…

    un abbraccio a te

  5. ariel ha detto:

    mi e’gia successo….fa una gran rabbia maliconia e senso di niente di che…un bacio papero tu ci sei e stai con NOI!!^_^

  6. mizaar ha detto:

    come ha detto gatta e come si usava dire noi, a quei tempi: paolo è qui e vive con noi. perchè paolo non lo dimenticherai mai e dunque ci sarà per sempre – anche in virtùdel tuo racconto. se tu non lo avessi chiamato con la promessa di rivedervi tra un aereo e l’altro e se la tua mamma non ti avesse detto del suo incidente, nella tua mente la sua presenza avrebbe avuto ugualmente il suo posto. questo è un modo di razionalizzare una scomparsa, ma non aiuta a rimuovere il dolore di una perdita. le cose che accadono hanno un andamento illogico, una brutale irrazionalità. perchè è dovuto morire quando sembrava avesse messo la testa a partito? perchè non prima,quando solleticava la morte con i suoi atteggiamenti da gradasso? se paolo fosse qui ti direbbe: belle domande! forse sappiamo troppo tardi che la vita è qualcosa di cui non capiamo il significato se non in relazione alla perdita della vita stessa. quando lo sappiamo siamo solo diventati un ricordo nella mente e nel cuore di chi ci ha amati.

  7. paperi si nasce ha detto:

    Grazie per i vostri bei pensieri.

  8. kali ha detto:

    Un Federico diverso da quello che emerge dai post letti in questi anni…
    Un Federico diverso da quello che ho (poco) conosciuto…
    un Federico arrabbiato,
    anzi “incazzato” davvero.
    Un dolore grande,
    un ricordo infinito come la tristezza ed il rimpianto per quegli appuntamenti mancati.
    Mi spiace, davvero.
    Inutile aggiungere altro.

    E’ stato come se Paperino avesse tirato fuori il Paperinik che c’è in lui per ricordare l’amico e il tempo passato.
    (Perdona il parallelismo che potrà sembrare fuori luogo, ma serviva anche per alleggerire)
    La “veemenza” è arrivata fin qui: peccato la tua sia frutto di un evento così drammaticamente doloroso.
    Un saluto a Te ed un pensiero per Paolo che spero si stia divertendo a bordo della Mini 120 correndo come un pazzo sulla Via Lattea, stereo a palla e finestrini aperti…

  9. Harielle ha detto:

    Compagni di strada ci lasciano prima che il cammino finisca, e restiamo di sasso con in pugno solo un piccolo fascio di ricordi. Ripercorrendo la vita di Paolo mi è parso di scorrere veramente i fotogrammi di un film, solo infinitamente più triste della pellicola virtuale.
    Lui sarebbe contento di sapere che lo hai descritto così affettuosamente e vividamente, penso.
    Un caro abbraccio

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