Fried eggs

Un po’ di mattine fa – durante il soggiorno sul tristemente famoso lago scozzese – ero a fare colazione nel ristorante dell’Hotel dove soggiornavo.
Stavo tristemente (manco a dirlo) mangiando due fette di pane fritto accompagnate da striscioline di bacon che la cameriera mi aveva appena portato, e stavo pensando a dove avevo sbagliato, siccome nelle mie intenzioni avevo ordinato delle uova fritte… Ho sbrigativamente attribuito il “disguido” a vari fattori concomitanti, fra cui una mia “imperfezione” di pronuncia, il dialetto scozzese assolutamente incomprensibile parlato dalla ragazza che aveva preso l’ordinazione, e la generalmente scarsa flessibilità dei britannici, che non riescono a accettare l’idea che qualcuno possa non capire bene la loro lingua, e quando tu fai cenno di non aver capito ti ripetono la stessa frase con le stesse parole, la stessa pronuncia, la stessa velocità e lo stesso ritmo…

Tutto sommato, nei grandi hotel, riesci sempre a rimediare, o ancora meglio a evitare del tutto queste situazioni, perché ci sono dei ricchi buffet che ti permettono di riempirti il piatto di cose con cui hai contatto visivo, senza essere costretto a ordinare “al buio”.
Ed è questa la modalità con cui ho fatto colazione, in Scozia, nelle altre giornate del mio soggiorno.

La situazione tuttavia mi ha dato lo spunto per ripensare alle tante battaglie combattute – e in gran parte perse – per poter conquistare la colazione desiderata nei bar, nei bistrot o nei motel americani.

Talvolta (specialmente quando posso cominciare la mia giornata senza fretta) mi piace fare una colazione all’americana, con uova e varie altre “schifezze”. Ed è qui che comincia il problema, perché non è mica facile far capire al cameriere cosa si vuole… specialmente quando non si sa cosa si vuole davvero.

Quello che ti frega, in America, è la varietà. In America davanti alla prima colazione puoi divagare e spaziare sulla quantità, sulla tipologia, sulla modalità di cottura, sul condimento, sul contorno… E ovviamente ogni cosa ha il suo nome!

La soluzione più semplice arriva quando seduto nel tavolino accanto al tuo c’è qualcuno che mangia qualcosa che ti piace, e allora ti limiti a indicare al cameriere il piatto del vicino e dire “like that”.
A parte il fatto che qualche cameriere sadico non è contento che te la cavi così e continua a farti domande, io considero questa pratica troppo poco stimolante e non vi faccio ricorso (quasi) mai. E’ come chiedere informazioni per strada, e tutti voi sapete che è una cosa che mi ripugna (come, sembra, alla stragrande maggioranza dei maschietti). E poi, non è detto che quelli che ti siedono a fianco ordinino qualcosa che piace anche a te…

Il secondo livello di complessità consiste nel farsi dare la lista e studiarsela per bene, magari aiutandosi con un vocabolarietto o (miracoli del progresso) con una ricerca mirata in internet sul palmare.
Sulla lista, riesci a identificare abbastanza facilmente alcune preparazioni molto particolari (generalmente troppo lontane dal mio gusto) , oppure l’omelette (ma anche qui si apre un mondo, per l’eventuale scelta di ripieno/ripieni e di cottura). Se ti accontenti, o non hai troppa voglia di combattere col cameriere, sono delle onorevoli scappatoie e dei validi compromessi per poter accedere alle delizie della colazione americana senza troppo patire.

La vera sfida arriva se vuoi invece la cosa apparentemente più facile di questo mondo, le classiche due uova fritte al tegamino.
Perché in questo caso, la lista se la cava con un laconico “fried eggs, any style” e tu, che sei ingenuo, e sottovaluti il valore e il peso della parola “style”, chiami il cameriere e gli dici, trionfante, “two fried eggs, please!”.
E’ a questo punto che lui ti guarda e – ovviamente – ti chiede come le vuoi… Per lui è una domanda banale, scontata, inevitabile… Eppure tu, ci giureresti, hai visto una luce sinistra nel suo sguardo, un lampo di sadismo.

In un simile frangente in Italia ti affideresti al cameriere, il quale in ogni caso di fronte alla tua incertezza prenderebbe in mano la situazione e comincerebbe a spiegarti come sono fatte le uova, quale va per la maggiore, quale preferisce lui, o a consigliarti la preferita di suo cognato. In ogni caso, se proprio ti vedesse con l’occhio a palla, ti direbbe “lasci fare a me” e – anche se sicuramente ti ritroveresti con la pietanza più costosa della lista e ottenuta con tutti gli ingredienti prossimi alla scadenza che erano in cucina – tu ti sentiresti appagato e coccolato.

Invece in America no… La scelta la devi fare tu, non sono previsti suggerimenti e consigli. Tutt’al più ti elencano le alternative, ti declinano in maniera fredda e inespressiva tutte le infinite voci in cui si articola la parola “style” che avevi letto sulla carta.
Il problema è che queste infinite voci hanno dei nomi che (al primo ascolto) non ti dicono nulla, tantomeno quando sono pronunciate in uno slang incomprensibile.
Anche qui puoi essere un po’ più fortunato, e se sei in città come Miami o New York ti ritrovi col cameriere magari ispanico o comunque immigrato che, portando ancora sulla pelle la sofferenza di non riuscire a farsi capire dagli americani, è portato a simpatizzare con te e ti aiuta. Se però sei in un posto sperduto nel Midwest, allora nessuno accorrerà in tuo aiuto: io sono stato per tre notti in un motel su un incrocio, in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini, nello Utah, e vi assicuro che alla terza colazione ancora non sono riuscito a ottenere quello che mi aspettavo di ottenere… senza capire perché.

Sei quindi arrivato di fronte a un altro bivio: ti arrendi, e prendi le uova strapazzate (“scrambled eggs”), che generalmente sono facili da pronunciare e non offrono ulteriori varianti, o continui a lottare, addentrandoti nei meandri della scelta…
A me personalmente le uova strapazzate non piacciono granché, mi piacciono a “occhio di bue”. Sembra facile, eh?
Un mio collega una volta chiese le uova “bull’s eye” con una traduzione letterale piuttosto improbabile, e si guadagnò uno sguardo allucinato del cameriere…

Il problema è che le uova al tegamino si distinguono a loro volta in quelle veramente a occhio di bue, che si chiamano “sunny side up”. E dopo giorni e giorni, quando hai capito che quel verso “sanisadap” emesso dal cameriere significava proprio quella cosa lì, ti sembra tutto perfino logico, perché effettivamente l’ovetto al tegamino sembra un sole…

Poi però l’uovo si può rigirare durante la cottura, avendo la versione con il rosso coperto da uno strato di bianco… Questa qui, ho scoperto, si chiama “over”. Che uno dice, stufo di chiederlo sunny side up, e desideroso di provare nuove emozioni, oggi lo chiedo over… Te ne penti immediatamente, perché il cameriere raccoglie la sfida e ti ribatte: “over easy, over well?”, e a quel punto tu sei colto di sorpresa, e – a parte che non hai neanche capito che nel suo slang lui aveva detto easy e well – ripeti a caso una delle cose che hai sentito, perché non sai che easy, medium, well  e hard si riferiscono ai livelli di cottura dopo aver rigirato l’uovo… La prima volta io ho detto well, e mi sono ritrovato con un uovo quasi sodo… e a me non piace!

Insomma, con tentativi successivi, dopo una settimana di permanenza – e trascurando i colpi di scena quando tu supponi di dominare completamente la materia e il (nuovo) cameriere ti propone una nomenclatura diversa da quella che già conosci (e ti propone un “sunny side down” che tu ti chiedi checcazzé) – sei finalmente arrivato a dominare la materia.
Ti senti il padrone del mondo, entri nel bar, ti siedi, chiami il cameriere, dici come vuoi le uova… Lui vacilla solo per un attimo, si vede che è sorpreso, ma poi riprende il pieno controllo della situazione e con un ghigno satanico (che non si vede veramente, ma tu lo sai che c’è) ti chiede “with?”, sottolineando che ancora devi dirgli cosa vuoi di accompagnamento…

A questo punto neanche gli chiedi di cominciare a elencare le decine di tipi di toast, pani, frittelle, bacon, fagioli, patate, salsicce, tutti in varia foggia e varia cottura che possono proporsi in accostamento, ti alzi dicendo “I changed my mind”, esci e raggiungi il primo Starbucks dove ti prendi un caffelatte, un muffin, e esci contento in strada.

Pensateci, quando domattina farete colazione col vostro caffé espresso…

Menu_Breakfast_5-1

Buona settimana!

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21 risposte a Fried eggs

  1. Harielle ha detto:

    Poor Boy! (nel senso che io avrei scelto quello, nella lista che posti)
    Ma immagino che anche in questo unico uovo saranno proposte molte varianti non scritte, e il rischio nascosto è che ti portino un rognone, come è successo a me in Inghilterra (puah).
    Consolati però: in compenso, mentre mangi bread and bacon, però, ti godi la vista del lago, quello con annesso draghetto invisibile, immagino
    Have a nice day, caro Papero😀

  2. silykot ha detto:

    Io dico che i camerieri sadici sono in combutta col tuo dietologo e col tuo epatologo…
    Anzi, sono proprio loro travestiti da camerieri!

    Cappuccino e brioche, Ingegnere?…. magari con un po’ di frutta…
    Non lo prende il melone??😀

  3. fab ha detto:

    per una volta sono stata felice di far colazione sempre allo stesso modo…due tazze di caffè!

  4. arielisolabella ha detto:

    meno male che adoro le scrambled……. 😀

  5. mizaar ha detto:

    manco male che non mi piacciono le uova a colazione!!!😀
    però questo post mi sembra rivelatore di una cosa: stai guarendo dalla depressione! ( o no? )

    • Lilla ... ha detto:

      mia cara, questo post mi sembra rivelatore di un’altra cosa: il papero, la sta “a butta’ ‘n caciara” come si dice dalle mie parti … vuole distogliere la nostra attenzione dal post precedente … fidati … conosco i miei polli … ops, i miei paperi!!😉

      • paperi si nasce ha detto:

        Sei maligna, sorellina mia… Mai e poi mai avrei pensato che da una sorella potessero venire simili insinuazioni!

      • kalissa2010 ha detto:

        Sono d’accordo, ma siccome anch’io faccio così…EBBBBRAVO PAPERO!
        P.S.
        W Starbucks!
        Non sopporto le uova a colazione e niente di salato.
        Ancora sto cercando di digerire l’uovo sodo mangiato in Norvegia durante il viaggio di nozze!
        Nei buffet vado a caccia di dolci e frutta, ma il Plantigrado sperimenta volentieri e, allora, mi divertirei un sacco a vedere cosa riuscirebbe a farsi portare e poi, se di mio gradimento, proverei ad ordinare la stessa cosa per cena, come ho fatto a Dublino con l’Irish Breakfast!

      • mizaar ha detto:

        possono venire, possono venire…😛

    • Lilla ... ha detto:

      parenti serpenti anzi … vipere!!🙂

  6. Lilla ... ha detto:

    adoro le uova in ogni forma e maniera ma, a colazione, continuo a preferire il caffè nero e ristretto!🙂
    PS: anche se, devo ammettere che, nella mia settimana irlandese di qualche anno fa, dopo aver letteralmente ‘schifato’ mio cugino che alle 7 del (primo) mattino (insieme) si era rimpinzato il piatto con ogni ben di Dio (dal dolce al salato e viceversa … per circa “tre giri”!!!) … un certo ‘languore’ … è venuto anche a me e, tanto per non fare la figura di quella con la puzza sotto al naso … dal secondo al settimo giorno, a colazione mi sono riempita il piatto con pomodori grigliati, fagioli, uova strapazzate, wurstel, patate al forno, bacon e pane (probabilmente c’era anche qualche altra cosa che adesso mi sfugge) … naturalmente, non prima di aver preso un caffellatte con pane, burro e marmellata … si sa che per cominciare bene la giornata, ci servono ‘zuccheri’!!😉

  7. kalissa2010 ha detto:

    Spaghetti? Nel menù ci sono gli spaghetti!!! BLEAH!

  8. Alessandro ha detto:

    In effetti, ora che ci penso, Bull’s eye è il termine che usano per indicare il bersaglio delle freccette.

  9. LadyLindy ha detto:

    non lamentarti, che in Germania è peggio. Voglio vederti a mangiare i crauti😦

  10. Maggie May...be ha detto:

    Io faccio colazione solo quando sono in ferie e in genere preferisco il salato. Ma per fortuna nelle bettole che ho girato io in Europa non ho mai avuto questo genere di imbarazzo!

  11. micmonta ha detto:

    Che fortuna: a me le uova non piacciono !

  12. Il mese scorso ero in un ristorante giapponese che mi avevano consigliato moltissimo. Avevo deciso di assaggiare i ramen che non avevo mai provato prima e nell’incertezza ho chiesto alla cameriera (giapponese) quali fossero i suoi preferiti. Mi ha guardato come se fossi appena scappata da un ospedale psichiatrico

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