Tra il dire e il fare (riflessioni personalissime sull’architettura contemporanea)

Gli architetti e i designer del nostro tempo possono sfruttare, per trasformare il pensiero in materia e forma, una varietà infinita di tecniche, di strumenti, e soprattutto di materiali, che permettono loro di fare praticamente qualsiasi cosa.

Inoltre, come in tante manifestazione dell’arte contemporanea, riescono a trasmetterci a volte dei messaggi immediatamente fruibili, altre volte nascosti e sottili, altre volte ancora interpretabili soltanto disponendo di chiavi di lettura non comuni.

In ogni caso, le opere dell’architettura moderna sono quasi sempre d’impatto, e spesso capaci di suscitare discussioni o interrogativi.

Quando però l’opera non è fine a se stessa, ma deve anche avere una funzione, beh, molto spesso la funzionalità manca. Innamorati delle proprie pensate, talvolta questi artisti si dimenticano che le loro opere nascono per avere un utilizzo pratico, o comunque per essere calate in un contesto preesistente e immodificabile, e gli effetti possono essere catastrofici.

Queste cose mi sono venute in mente nelle ultime settimane quando sono “entrato in contatto” con un’opera architettonica che è stata realizzata nell’aerostazione di Malpensa e che ho avuto modo di vedere più volte, data la mia assidua frequentazione di quel luogo.

Un piccolo passo indietro per spiegarvi di che sto parlando.

Nell’ambito di un progetto rivolto a ammodernare e abbellire il terminal (ce n’era e ce n’è tanto bisogno… casomai una volta parliamo anche di questo), l’ente di gestione dell’aeroporto ha indetto una gara (qui il video che illustra il progetto) per realizzare, in uno spazio di transito fra il terminal stesso e la stazione del trenino che porta in città, quella che è denominata “la tredicesima porta di Milano”. Molti i partecipanti, anche internazionali, e alla fine ha vinto un progetto, il cui titolo è “La soglia magica”.

Di conseguenza, lo spazio dove prima c’era un onesto tunnel vetrato con un tapis roulant è stato smantellato, per un po’ di mesi è stato installato un cantiere che costringeva a tortuose deviazioni (particolarmente gradite quando si doveva correre a prendere il treno o l’aereo), e infine l’opera è stata rivelata.

Ammetto che, stuzzicato dai cartelloni che circondavano il cantiere annunciando il “work in progress”, ero molto curioso di vedere l’opera finita. Non ho dovuto attendere molto, data la mia frequentazione più o meno settimanale del luogo, ma… l’impressione che ne ho ricavato è stata tutt’altro che esaltante.

Provo a descrivervi com’è andato l’incontro, visto dagli occhi del viaggiatore medio probabilmente non dotato di sensibilità artistica particolarmente acuta.
La prima volta che sono arrivato in aeroporto a cantiere finito, camminando in direzione della stazione ferroviaria, ho notato subito una novità, costituita da un’area in penombra fra me e il salone della biglietteria della stazione. In quest’area si distingueva, avvicinandosi, una striscia di luce intensa.
Procedendo, appena varcata una porta scorrevole, si capiva che la luce proveniva da una fonte sul soffitto, che generava una striscia molto luminosa e concentrata sul pavimento. Quella era evidentemente la soglia magica, e quando i viaggiatori passavano nel fascio di luce per un attimo le loro figure sembravano risaltare maggiormente.
Il problema è che – almeno questo è capitato a me – una volta entrato nella sala con la fonte di luce, la mia attenzione è stata attratta da altro: dal fatto che si trattava di un salone spropositatamente grande e totalmente spoglio, con pareti grezze di colore marrone, dal fatto che il pavimento, seppure più rifinito e lucido, era di un colore cangiante e sgradevole. A malapena, su questo pavimento, si vedevano delle lucine viola messe in fila. A questo punto la “soglia” passava in secondo piano, un semplice elemento poco decifrabile in un insieme complessivamente sgradevole.
E alla fine, uscito dall’altro lato, il mio pensiero è stato: “E quindi?”.

Confesso che la prima volta ho ripercorso avanti e indietro la sala un paio di volte (non dovevo correre, quel giorno lì…), e per ancora un po’ di passaggi successivi ho provato a capire, riconoscere, leggere il significato di quell’opera. Non potevo rassegnarmi al fatto che era stato fatto tanto casino mediatico (e probabilmente spesi tanti soldi) per uno stanzone in penombra con una luce al centro… Dovevo essere io che non capivo, ecchecacchio!

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Difficile rendere con una foto fatte con la mia compatta quello che l’occhio percepisce al cospetto dell’opera: la scelta dell’esposizione cambia molto i particolari visibili.
Comunque quella sopra (scusate se è mossa) rappresenta abbastanza ciò che si percepisce attraversando il locale.

Beh, dopo un po’ di transiti e di grattamenti di cranio, ho rinunciato a capire da solo, e sono andato alla pagina delle soluzioni: ho aperto Google, digitato “soglia magica Malpensa” e ho trovato una serie di contributi, e alcuni video.
A parte un godibilissimo filmato dell’inaugurazione con la Moratti (parlandone da viva) che sproloquiava di iniziative culturali presenti e future come se avesse dovuto rimanere sindaco di Milano per i successivi duecento anni (che goduria!), ho infine trovato la soluzione dei miei mal di testa.

Ho trovato infatti il filmato con l’animazione che presenta l’opera, e ho visto (è proprio il caso di dirlo) la luce!
Ho visto nel nero più totale e virtualmente infinito un muro di luce densissimo e confinato. Ho visto passeggeri e bagagli apparire all’improvviso appena illuminati dalla luce, e quindi sparire di nuovo nel buio. Ho visto file di lucine viola nel buio, e subito ho pensato alle luci delle piste di atterraggio. E alla fine ho esclamato: “Bello!”.

Mi sono messo nei panni del creatore dell’opera, e mi sono compiaciuto. Mi sono messo nei panni della giuria, e ho scelto senza esitazione: un’opera semplice e simbolica, di grande suggestione.

Poi, e qui sta la soluzione, ho immaginato come sono andate le cose appena finita l’inaugurazione e andata via la sciura Letizia: il responsabile della sicurezza dell’aeroporto, sicuramente un incolto e insensibile ex poliziotto, è andata dal direttore dell’aeroporto e senza difficoltà l’ha convinto che non si poteva di certo lasciare al buio assoluto un’area così vasta di transito dell’aeroporto, per di più in un’area non ancora “bonificata”, cioè prima dei controlli di sicurezza.
Il direttore ha chiamato l’elettricista, e hanno messo un po’ di file di neon, sufficienti a impedire che qualcosa o qualcuno potesse occultarsi nello spazio, ma trasformando irrimediabilmente l’esoterica soglia in un orribile e spoglio stanzone in penombra.

E poi è arrivato il papero trascinando il suo trolley, e il resto lo sapete già.

Non so se le cose sono veramente andate così, ma è il solo modo in cui io riesco a dare una giustificazione a quell’opera.

Credo purtroppo che ci siano infiniti esempi e infinite storie di questo tipo, dall’arredamento del nostro tinello ai ponti sul Canal Grande, nei quali il designer si innamora dell’idea e trascura l’utilizzo quotidiano a cui l’opera sarebbe destinata, o le limitazioni a cui dovrà soggiacere nella realizzazione pratica. E quando ci sono di mezzo opere grandi e costose, questo è ancora più sgradevole.

Vi lascio, per farci su due risate, con questo video del grande Crozza… Surreale, forse. Ma non troppo lontano dalla realtà.

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32 risposte a Tra il dire e il fare (riflessioni personalissime sull’architettura contemporanea)

  1. hetschaap ha detto:

    (Lascio da parte i commenti a Fuffas che è un mito incontrovertibile) L’architettura è la forma d’arte più complessa proprio perché non è e non può essere statica ed autoreferenziale. E’ sempre inserita in un contesto che muta tutto intorno (anche in maniere imprevedibili) ed è ‘abitata’ quotidianamente da persone che, spesso, la trasformano. L’opera d’arte architettonica non sta esposta in un museo ma sta nella nostra quotidianità e, proprio per questo, viene inevitabilmente snaturata. Ma tutto questo fa necessariamente parte di essa e la maggior parte degli architetti ne è consapevole quando la progetta e la realizza. Ed è anche questo il bello dell’architettura. La sua estrema ‘popolarità’, se mi passi il termine. Il fatto che noi non siamo mai semplici osservatori ma che concorriamo alla sua trasformazione. Come quel responsabile della sicurezza dell’aeroporto che ha fatto installare quei neon fuori luogo ma funzionali.

    • paperi si nasce ha detto:

      “La maggior parte degli architetti ne è consapevole…”. Ecco, il mio dubbio è proprio che alcuni architetti non ne sono consapevoli. Perché l’opera si può snaturare e rimanere bellissima, o non significare più assolutamente niente!

      • kalissa2010 ha detto:

        Più che “snaturare” un’architettura viene “vissuta” e, come un abito assume le pieghe della quotidianità. Un architetto deve saper immaginare la sua opera nel tempo, deve saperla vivere prima degli altri per immaginarne le criticità e risolverle. Non tutto però, è prevedibile, questo si, ma l’esperienza, il buon senso e la conoscenza evitano gli errori più grossolani. Un ATRIO deve essere un luogo che invita all’ingresso, che dia un senso di sicurezza: uno spazio buio, dove gli occhi si devono abituare alla penombra, non tiene conto dell’aspetto emozionale e sensoriale. Nell’antro buio nessuno è invitato ad entrare…

      • paperi si nasce ha detto:

        Sì, però, in linea di principio lo spazio buio con quella intensa lama di luce al centro, che ti attira, ti risucchia, e ti ributta dall’altro lato – dall’aereo al treno, dal mondo a Milano – non è una idea brutta in sé, e non metterebbe a disagio… Il problema (ma ripeto, questa è una mia interpretazione) è aver trascurato che un’opera del genere doveva inserirsi in uno dei luoghi ritenuti più “insicuri” nei nostri anni recenti, dove le misure di sicurezza sono all’esasperazione… Quindi un luogo dove il buio non è ammissibile.

  2. silykot ha detto:

    Manda questo post all’autore dell’opera!

  3. kalissa2010 ha detto:

    Per me, che non ho percepito il “genius loci” dell’opera, non avendola “percorsa” è difficile giudicare in maniera sperimentale, ma mi fido ciecamente delle tue percezioni.
    Se hai dovuto percorrere più volte lo spazio per capirlo, vuol dire che non “ti ha parlato”.
    L’architettura non ha bisogno di didascalie “L’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione(…)” diceva le Corbusier (che non era neppure architetto), se non ti suscita emozione, anzi, ti crea disagio o perplessità…c’è qualcosa che non va. Purtroppo con l’avvento dei render, dei programmi di rappresentazione e soprattutto, delle Archistar, l’architettura ha perso di vista se stessa. O meglio, chi la immagina, progetta o giudica, ha perso di vista uno dei tre principi vitruviani, ossia l’UTILITAS, come pure il razionalistico concetto di Forma e Funzione.
    Nascono belle architetture inadatte allo scopo oppure belle idee snaturate per ragioni funzionali.
    La colpa è di chi progetta, ma anche di chi giudica, perché entrambi hanno perso di vista lo scopo.
    Ehhh, mi fai ripensare ai miei post sull’Ara Pacis, sulla chiesa di Maier a Tor Tre Teste, sullo spremi agrumi di Starck…
    Caro Papero mi ti stai “archetittizando!”😀
    …e Fuffas è un mito!
    Se penso al suo “grigio ciliUegia” sorrido da sola…Con una collega citiamo le battute a memoria e…cerchiamo di non pensare che, purtroppo, di Fuffas è pieno il mondo!

    • paperi si nasce ha detto:

      Ho pensato proprio al tuo post sull’Ara Pacis, mentre – indegnamente – scrivevo il mio.
      Non so aggiungere altro a questo tuo commento che aspettavo (e temevo, perché ti riconosco competenza e “saggezza” estetica).
      Dico solo che mi aspetto che in te urga la curiosità di percorrere l’opera: quando vieni, quindi? Sono qui che aspetto!

      • kalissa2010 ha detto:

        Perché “indegnamente”?
        Il tuo post è molto interessante ed ha suscitato in me la curiosità di vedere quella “porta di Milano”.
        Milano e Torino sono due città che voglio visitare al più presto…solo che non riesco mai a pianificare un fine settimana!
        Preparati, perché se verrò a Milano sarai precettato per farmi da Cicerone!
        Occhio che io adoro camminare e macino chilometri. Tra le mete c’è anche Parco Sempione con il palazzo dell’arte di Muzio, piazza Duomo con l’Arengario, sempre di Muzio, la Galleria, il Duomo (ovviamente), il grattacielo Pirelli e…boh! devo studiare un po’ per fare una lista!
        Ripensando a quella “porta”…ma secondo Te, in tempi di terrorismo, di scippi e stupri, in un’epoca in cui il buio più che mai evoca sensazioni spiacevoli e di disagio, pensieri funesti e claustrofobici…COME DIAVOLO SI FA A PROGETTARE UNO SPAZIO BUIO? Io non ci sarei passata manco morta! Piuttosto avrei fatto un altro percorso! Certi architetti progettano dopo aver fatto indigestione di peperonata! E ci credo che gli hanno snaturato l’opera! Ma come avrà fatto a rispettare tutti i vincoli di accessibilità e sicurezza? MAH! Mistero…

      • paperi si nasce ha detto:

        Inutile dire che quando (e non se…) verrai a Milano, io sarò a totale disposizione… Temo però che sarai tu a fare da cicerone a me, io potrò tutt’al più fare da autista e da accompagnatore…
        Dai, prepara la lista (e se puoi sottoponimela in anticipo, con le date della visita, così organizzo il giro) e venite al più presto!

  4. silykot ha detto:

    Hai detto Milano E TORINO….. Ovviamente anche io vi aspetto con ansia, spero che sarà al più presto!
    Avvertimi e scrivimi cosa vuoi vedere (tanto lo so che hai già un giro programmato nella testa!), e tenterò di organizzare al meglio.

  5. Lilla ... ha detto:

    ‘azz … Ti si è sciolta la lingua (anzi, le dita)!!! … Capisco poco di ‘arte’ e di ‘architettura’ in più, non ho avuto il piacere di vedere lo arancine dal vivo … Dalla foto, non mi ispira niente … Ma chissà, magari se ci faccio un giro, la sensazione cambia!!🙂

    • paperi si nasce ha detto:

      E allora vieni a farci un giro, no?
      Potrebbe essere l’occasione anche per fare un viaggio insieme a Kali…
      (ma che so’ “lo arancine”? mi sa che con questo display touch ogni tanto ti incasini…)

  6. kalissa2010 ha detto:

    Milano & Torino! Come rinunciare al MiTo?
    PURE TORINO!
    Papero fetente!😀
    Ci vuole un bel fine settimana lungo, un volo low cost…
    mmmm
    mumble, mumble…

    • paperi si nasce ha detto:

      Scartando Ryanair (parti da Ciampino e arrivi a Bergamo: troppo incasinato), ci sono degli ottimi e frequenti voli di Easy Jet da Fiumicino per Malpensa. Se ti avvii per tempo, con meno di 100 euro a persona ce la fai, andata e ritorno.
      Io non trascurerei nemmeno un bel Frecciarossa, che costa di più, ma sul quale mi dicono che ci sono anche delle offerte…

      In ogni caso, datti una mossa!!!!🙂

  7. mizaar ha detto:

    come mi sono gustato ‘sto post. il sacro ( kali ) e il profano ( papero ) a confronto!😀

      • mizaar ha detto:

        be’ vuoi metterti al confronto di una arch. come kali? oseresti? mi sa che non ti conviene , non c’hai il fisico per sfidarla!!!😛

      • kalissa2010 ha detto:

        Su, su, anche il Papero di architettura ne “mastica” in fondo è un Ing. e gli Ing. servono, ah, come servono! (tranne quando tentano di sostituirsi agli Arch! PUZZONI!)

      • paperi si nasce ha detto:

        No, Virginia, non oserei…
        E a Kali ricordo che io sono ingegnere elettronico, il che mi rende meno “puzzone”, ma al tempo stesso assolutamente digiuno di architettura.
        Una dimostrazione? Ho ammirato la nuova testata del tuo blog e, pur avendo un vago sospetto che si trattasse di Le Corbousier, non sapevo assolutamente di che opera si trattasse.
        Come l’ho scoperta? Facile, sono andato sopra la foto col mouse, tasto destro, salva immagine con nome…😉

      • kalissa2010 ha detto:

        “cropped-savoy3.jpg”
        Io, se non avessi saputo di cosa si trattava… non ci avrei capito niente!
        Poi, nei commenti al post “mood” hai avuto modo di leggere tutti i miei deliri sulla villa…e pure quelli dell’Orso!😀

        P.S.
        Elettronico?
        Tranquillo: non si vede!
        UAH! UAH!😀
        …hem…
        Scusami, ho i neuroni che festeggiano Halloween!

        P.S.P.S.
        Come ho già detto, ho molto apprezzato le Tue osservazioni espresse nel post.
        Clap! Clap!

      • paperi si nasce ha detto:

        Beh, basta essere un po’ abili e con Google scopri tutto, e puoi fare bella figura!😀
        Effettivamente “da qualche parte” ho letto dei tuoi “deliri” nella casa… E dell’Orso… E devo dire che ti capisco benissimo (ma capisco anche l’Orso). E’ emozionante ritrovarsi al cospetto con l’opera d’arte, e la cosa interessante è quanto questo sia soggettivo, e non direttamente legato alla sensibilità e alla cultura. Mi viene in mente che quest’estate sono stato a Istanbul con le mie flglie e, al museo archeologico, loro sono rimaste estasiate per mezz’ora a guardare quelle che io in pochi secondi avevo archiviato come gli ennesimi cocci dentro vetrine polverose: erano alcuni reperti dei primi scavi della città di Troia. (Inutile dire che quando io le ho apostrofate con un “ma che fine avevate fatto, sempre a perdere tempo”, e loro mi hanno spiegato, mi sono sentito una schifezza…🙂 )
        PS: Eh, sì… Elettronico… E menomale, che non si vede!😀
        PSPS: Aspetta a esprimere giudizi. Vieni prima a vedere la “cosa” a Malpensa. Poi magari dirai che ho detto solo cacchiate!🙂

      • kalissa2010 ha detto:

        E’ il bello delle opere d’arte: ognuno ci legge quello che la sensibilità gli suggerisce…e non c’è critico che tenga!
        L’Orso ha un’ottima resistenza…quando non ce la fa più lo capisco perché gli parte lo “screensaver” nel cervello e risponde per monosillabi. In quel momento mi accorgo che, in effetti, anch’io non ne posso più e sto andando avanti per inerzia, allora me ne esco con un liberatorio “mi sono rotta le balle:ce ne andiamo?” e si va…😉
        DA quello che hai scritto nel post, penso proprio che tu abbia perfettamente inquadrato le problematiche della “cosa” di malpensa.

    • silykot ha detto:

      Clap clap clap per Virgy!!!😀

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