Venti Settembre del Settantadue

Qualche giorno fa mi sono reso conto, con un misto di stupore e di sgomento, che oggi sarebbe caduto il quarantesimo anniversario di quella data, quarant’anni dal venti settembre del millenovecentosettantadue.

Quaranta anni. Le cifre tonde finiscono per impressionare ancora di più, ma quaranta anni sono comunque un’enormità.

Eppure io ricordo tantissime cose di quel giorno, e di quelli che immediatamente seguirono.

Non è un filo uniforme, quello che appare nei miei pensieri, ma ricordo nitidamente voci e parole, suoni, persone, e anche odori.

A cominciare da quella strana atmosfera che si prese a respirare fin dal mattino a casa di mia zia, dove da qualche giorno mi avevano mandato a dormire.
E quelle mezze parole, quegli sguardi, quei suoni (o meglio quei “non suoni”) diversi dal solito che più di qualunque frase esplicita mi raccontarono in pochi minuti quello che era successo.

Sono così ingenui e maldestri, i “grandi”, quando tentano di nascondere una verità ai bambini… Non fecero eccezione i miei zii e cugini quel giorno, e dopo pochi minuti quelle parole che tentavano di dissimulare, quei silenzi, quell’inusuale assenza di musica in tutta la casa urlarono alle mie antenne già drizzate di bambino la verità così temuta: il mio papà non c’era più.

Cominciarono così i rituali inesorabili e immutabili che scandiscono questi eventi, specialmente in una casa del Sud Italia.

Qualche ora dopo fui portato a casa. So che non avrei voluto andare, avrei voluto rimanere a giocare con i cuginetti, a fingere che niente fosse successo, in un’improbabile e impossibile fuga dalla realtà.

E una volta a casa ricordo i suoni.

In una stanza, i pianti sommessi delle donne, e quello di mia madre, che ho visto piangere pochissime volte nella vita e forse due volte fino ad allora.

Nell’altra stanza il vociare degli uomini, che discutevano come se fossero in un salotto qualsiasi, e che si avvicinavano a me per dirmi cose di circostanza, cose da adulto che il mio cuore da bambino si rifiutava di capire. Forse neanche loro sapevano se confortare il bambino o dare consigli a quello che era diventato un adulto, ma non riuscivano a fare né l’una cosa né l’altra, o forse io semplicemente mi rifiutavo di ascoltarli.

E ogni volta che arrivava una nuova persona in visita, la nenia del pianto delle donne cresceva un po’ per poi tornare lentamente al mormorio precedente, e la conversazione degli uomini andava per qualche minuto sulla commemorazione, per poi riprendere l’argomento precedentemente lasciato in sospeso.

Fra tutti, ricordo l’abbraccio del mio professore di italiano. Un omone burbero e austero, normalmente autoritario e distante, che mi avvolse in un abbraccio caldo, morbido e silenzioso. Ci fu più umanità e conforto nel suo abbraccio che in quello di tutti quei parenti vocianti.

Ricordo gli odori, poi. Ma non incenso o fiori, no. Ricordo l’odore del caffé. Perché con tutta quella gente in casa giravano continuamente vassoi affollati di tazzine di caffé caldo preparato dai vicini o ordinato al bar sotto casa.

Ecco, sono passati quarant’anni e io ricordo queste cose, questi dettagli, con una nitidezza incredibile.

******

Sono passati quarant’anni e oggi mi rendo conto che non ho mai veramente conosciuto mio padre. Ho di lui il ricordo – amplificato e propagato dalla aneddotica familiare – di una persona apprensiva e attenta fino alla paranoia al mio benessere e alla mia salute. Lo ricordo attento e presente ma distante, e non ho memoria di averlo mai avuto vicino a me nei miei giochi di bambino.

L’ho scoperto meglio dopo, dai racconti di chi aveva condiviso un pezzo di vita con lui, anche negli anni terribili della guerra e del dopoguerra.
Ho lentamente scoperto un uomo che mi sarebbe piaciuto avere accanto.

Era un uomo di proverbiale pigrizia ed enorme indecisione, grandi difetti che in gran parte mi ha trasmesso, attraverso le vie misteriose della genetica.
Ma era anche un uomo con un cuore grandissimo, e con tanti interessi, capace di aggregare attorno a sé tante persone ed iniziative pur restando sempre rigorosamente chiuso nel tinello di casa, sprofondato nella sua poltrona, con la sua sigaretta in mano…

Si era sposato tardi, e poi io ci ho messo del mio prima di arrivare. Quindi in ogni caso oggi non ci sarebbe stato più.
Ma avrebbe comunque potuto farmi compagnia per un po’ più di tempo, senza lasciarmi così presto.

Talvolta mi chiedo come sarebbe stato se lo avessi avuto con me negli anni dell’adolescenza, e poi della gioventù, a ancora quando io a mia volta sono diventato padre, e lui sarebbe stato un nonno.

Me lo chiedo, ma non so darmi una risposta razionale. Ma il cuore mi dice che sarebbe stato bello, e sicuramente mi avrebbe aiutato ad essere una persona migliore.

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18 risposte a Venti Settembre del Settantadue

  1. Lilla ... ha detto:

    È triste, bello e ricco d’amore non detto questo post …
    Crescere senza un genitore, dev’essere bruttissimo ma … Non credo saresti potuto essere una persona migliore … A 11 anni, quello che ti doveva dare per essere quello che sei, lo aveva già dato … Ma concordo sul fatto che sarebbe stato bello averlo accanto un po’ di più … E, ne sono certa, sarebbe stato un nonno fantastico!!! ♥

  2. arielisolabella ha detto:

    l’incubo di ogni genitore e’ non veder crescere il proprio figlio e viceversa .talvolta la vita ti frega cosi’.
    allora non si puo’ fare a meno di chiedersi come sarebbe andato lo stesso viaggio con chi e’ sceso troppo presto tanto da lasciarci quel senso di assenza cosi’ forte da poterlo toccare stringere forte.ho sempre avuto un rapporto difficile con mio padre ma il tempo mi ha permesso di cambiar le cose .Tu non hai avuto scelta , pero’ trovo consolante sapere che chi ci ha lasciato ci ha amato considerato forse non come avremmo voluto ma c’e’ stato….penso con tristezza spesso ad un amico che un tempo lontano consolava la nostra comune che aveva perso la madre dicendole che almeno lei l’aveva conosciuta e sempre saputo dove era…Tu sei un uomo in gamba Federico cmq sia andata.

  3. Diemme ha detto:

    Letto soltanto oggi, e ho le lacrime agli occhi. Ti sono vicina.

    Ripenso a una mia ex-amica, cui pure morì il padre che era bambina, che fu chiamata a scuola in direzione e le fu detto così, non ricordo se dal direttore o da un insegnante: non so se è rimasta più segnata dalla morte del padre o dal modo in cui le è stato detto, bambina, senza neanche un familiare accanto che l’abbracciasse.

    Anch’io penso che tu sia una persona in gamba, a prescindere da come è andata.

  4. popof1955 ha detto:

    Grazie per questa pagina di un ricordo che non si fa lacrima ma cascata di emozioni che riempiono il lago dell’anima.

  5. kalissa2010 ha detto:

    Penso non ci sia un modo giusto per saperlo, un’età giusta, un momento…
    Perdere un genitore da bambini dev’essere devastante.
    Perderlo da adulti…ti fa fare bilanci, ti fa analizzare le cose razionalmente, ti fa fare domande che hanno sempre le stesse risposte, lascia amarezze, ma soprattutto un immenso, incolmabile vuoto e un’infinita tristezza.
    Non so se saresti stato una persona migliore, ma sicuramente saresti stato meglio.

    • paperi si nasce ha detto:

      Cara Kali, hai centrato un punto importante. Mentre scrivevo questo post ho pensato anche a cosa avrei provato se quel dolore mi avesse raggiunto in età adulta. E ho pensato proprio a te e a Silykot, e alle emozioni che ci avete raccontato in quest’ultimo anno. Forse da “grandi” abbiamo (dovremmo avere) più strumenti per gestire e metabolizzare il dolore, ma anche una maggiore consapevolezza dell’irreversibilità delle cose.
      —-
      “Non so se saresti stato una persona migliore, ma sicuramente saresti stato meglio” è una bellissima frase, non avrei saputo esprimere meglio e con altrettanta sintesi questa verità.

  6. Adriana ha detto:

    Non sono in grado di aggiungere nulla a quanto (ti) è stato detto in maniera così toccante nell’articolo e nei commenti. Mi sento solidale, anche se ho avuto una sorte molto diversa, e ti sono vicina – da sconosciuta a sconosciuto: il dolore che trapela dalle tue parole fa riflettere. Credo che in molti ce ne ricorderemo, ragionando su noi stessi.

  7. micmonta ha detto:

    Ogni commento è superfluo, è un bellissimo post a cuore aperto.

  8. silykot ha detto:

    Ho aperto la posta e visto la notifica di questo post. Non so perchè, ma appena letto il titolo, ho capito di cosa trattasse.
    Mi stupisce leggere qualcosa di tanto intimo su questo blog… ne sono contenta, anche se la ricorrenza è triste.
    Non commento sul contenuto: hai descritto tutto con delicatezza commovente e non mi sento di aggiungere niente…

  9. fab ha detto:

    Mi spiace Federico…
    credo che certi vuoti non si colmino mai.
    Mia madre ha 77 anni, ha perso la madre quando ne aveva 14 ed ancor oggi, se parla della sua mamma, alla generalessa si velano gli occhi..

  10. mauro ha detto:

    Sarà che sono diventato particolarmente sensibile ma mentre leggevo mi cadevano lacrime.
    Ci sono alcuni giorni della vita che si ricordano come se li avessimo vissuti il giorno prima, forse perché ci colpiscono così tanto, sono quelli che ci segnano e determinano uno scatto, un cambiamento che in quel momento il nostro percorso sta subendo.
    Migliore non so; certo quello che il tuo papà ha seminato in te ha fatto sì che tu crescendo diventassi un grande uomo, con tutti i difetti e i problemi che ci portiamo, ciascuno di noi.
    Ti abbraccio con immutato affetto.

  11. maria letizia ha detto:

    leggo spesso il tuo blog, ma solo oggi ho deciso di lasciare un commento. Quanto tu hai descritto è toccante e delicato. Ho vissuto un’esperienza simile e , come a te, nella mia mente permangono immagini nitide di quell’evento, come la mancanza , quasi ci fosse amputato un arto, che si apre conseguentemente. Si ritrova un senso di corale umanità e comunione nonchè vicinanza leggendo questo post. grazie

  12. paperi si nasce ha detto:

    Vi ringrazio tutti per le belle cose che avete detto.

  13. mizaar ha detto:

    avevo letto e non ero riuscita a commentare. anche adesso mi riesce difficile… il dolore non conosce comprensione e difficilmente si condivide. ognuno di noi percepisce i vuoti e sa come colmarli, se possiede gli strumenti per farlo. da bambini è forse più facile, anche se non meno traumatico. da adulti il passaggio è lacerante, perché condizionato dagli anni e da un affetto che si consolida con la forza delle esperienze comuni. non sempre si ama un genitore allo stesso modo, se quell’amore non si è vissuto pienamente condividendolo, non come rispetto dovuto, ma come amore disinteressato. anche a cinquant’anni ti accorgi, con enorme stupore, che hai smesso di fare la figlia per passare ad un ruolo di adulta che non ti piace. non hai il tempo per maturare lo scompenso, per metabolizzarlo… fede, stavolta sei riuscito a farmi piangere sul serio. un ricordo così prezioso, scritto in queste pagine, racconta la tua grande e generosa amicizia nei nostri confronti, grazie…

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